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Ufficialmente riconosciute le proprietà terapeutiche della cannabis: OMS chiede riclassificazione

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Finalmente un’altra conferma dell’OMS che riconosce ufficialmente le proprietà mediche e terapeutiche della cannabis.

Dopo Giugno dello scorso anno in cui l’Organismo Mondiale della Sanità si era già pronunciato in favore di una maggiore apertura nei confronti della cannabis e in particolare del più recentemente scoperto CBD (cannabidiolo) eliminandolo dalle sostanze stupefacenti, il passo compiuto la scorsa settimana è davvero storico.

L’OMS, l’unico organismo incaricato di farlo, dopo un’attenta ricerca e valutazione degli studi e delle prove disponibili, raccomanda ai governi e agli organismi internazionali di eliminare la cannabis e derivati dall’elenco IV della Convenzione unica sugli stupefacenti. Nel 1961, queste sostanze erano state inserite nella Tabella IV della Convenzione Unica che contiene gli stupefacenti considerati particolarmente pericolosi e senza alcuna importanza terapeutica.

Queste raccomandazioni scientifiche sostengono il valore terapeutico e le riconosciute applicazioni mediche dei cannabinoidi. Il buon esito delle prove raccolte, reintegra nella farmacopea la cannabis e i cannabinoidi.

“Prese insieme, le raccomandazioni, se adottate, rappresenterebbero un riconoscimento formale del fatto che gli organismi di governo del mondo si siano effettivamente sbagliati sui danni e sui benefici terapeutici della marijuana per decenni. La nuova posizione dell’OMS arriva in un momento in cui un numero crescente di paesi si sta muovendo per riformare le proprie politiche sulla cannabis. In quanto tale, uno spostamento all’ONU potrebbe incoraggiare altre nazioni a ridimensionare o abrogare le loro leggi proibizionistiche, anche se la legalizzazione per ragioni non mediche o non scientifiche violerebbe ancora tecnicamente le convenzioni globali.

La bella notizia è che 53 Paesi delle Nazioni Unite ora devono approvare queste raccomandazioni dell’OMS, modificando gli effetti della Convenzione con un semplice voto a maggioranza.” (Cit. articolo di  Mario Catania/http://www.cannabisterapeutica.info/2019 )

“La decisione da parte dell’OMS rappresenta una vittoria dell’evidenza scientifica sulla politica dello struzzo praticata da tutto il mondo da oltre mezzo secolo. Una revisione radicale delle tabelle internazionali sarebbe un passo nella direzione di politiche di buon senso che tengono di conto il progresso scientifico nonché le buone pratiche di riduzione dei danni (spesso penali) imposti da decenni di proibizionismo.” (Cit. articolo di Ass. Luca Coscioni/01.02.2019/https://www.associazionelucacoscioni.it )

Ci si aspettava che la Commissione delle Nazioni Unite prendesse in considerazione la possibilità di riclassificare la cannabis a Marzo 2019 durante la sua riunione annuale. Purtroppo le prove scientifiche fornite dall’OMS solo ora, potrebbero far allontanare la decisione finale dell’ONU al 2020, lasciando maggior tempo per il riesame ai Paesi partecipanti.

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In Germania il governo seleziona produttori di cannabis medica, in Italia cosa aspettiamo?

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La Germania ha deciso di sviluppare la propria industria di produzione di cannabis medica per ridurre la dipendenza dalle importazioni dal Olanda e Canada.

Il governo ha appena accettato le offerte per i contratti di fornitura da 79 potenziali coltivatori. L’autorità per la regolamentazione delle droghe del Paese, BfArM, ha dichiarato di puntare a selezionare i coltivatori tra aprile e giugno, per un volume totale di approvvigionamento di cannabis di 10.400 kg in quattro anni e il primo raccolto previsto per il 2020.

Le prescrizioni di marijuana medicinali sono disponibili in Germania dal 2017, ma tutti i farmaci sono attualmente importati e di recente il Paese aveva chiesto ed ottenuto un aumento del quantitativo di cannabis importata dall’Olanda fino a 1,5 tonnellate l’anno a partire dal 2019

In Italia la cannabis medica è legale dal 2007 e dal 2014 è attiva la produzione di cannabis medica presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Nonostante i grandi finanziamenti ad oggi la produzione dello stabilimento resta molto bassa, compresa tra i 150 e i 200 chilogrammi l’anno per due varietà. E anche le importazioni restano sotto i 1000 chili l’anno, una situazione che crea non poche difficoltà ai pazienti, che da mesi si trovano a combattere con la carenza di cannabis in tutta Italia.

Per far fronte al problema il ministro della Salute Grillo aveva previsto l’apertura della produzione di cannabis medicale anche ai privati. L’annuncio era arrivato a luglio del 2018, ma ad oggi non è stato fatto nessun passo avanti.

Il paradosso è che avendo avviato la seconda produzione di cannabis medica in Europa dopo l’Olanda, oggi, invece che essere esportatori di prodotto come sarebbe dovuto avvenire, siamo ancora alle prese con la carenza del medicinale per i pazienti, mentre rischiamo di farci sorpassare da altri paesi europei.

Mario Catania

 

 

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Secondo la cassazione la vendita e l’uso di cannabis light sono leciti

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Finalmente il responso tanto atteso!

La Cassazione ha recentemente deciso che vendita e uso di cannabis light sono leciti.

Annullato il sequestro preventivo disposto nelle Marche nei confronti di un commerciante 28enne. La cannabis light non è ritenuta una sostanza che viola la disciplina penale sugli stupefacenti. Affermata la liceità della commercializzazione al dettaglio dei relativi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0.6 %, che pertanto non possono più essere considerati sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.

Noi di Cannabis light Italia, come probabilmente tutti gli appassionati del mondo della cannabis, siamo veramente contenti, perché questa sentenza è un grande passo avanti e speriamo che porterà la tranquillità tanto attesa a questo settore ancora contorto che necessitava di un consolidamento istituzionale.

Qui di seguito riportiamo la recente sentenza della Corte di Cassazione sulla coltivazione e vendita della cannabis light.

Sentenza n. 4920 ud. 29/11/2018 – deposito del 31/01/2019

Materia

Stupefacenti

Presidente

G. Fidelbo

Relatore

A. Costanzo

Data udienza

29/11/2018

La Sesta sezione della Corte di cassazione ha affermato che dalla liceità della coltivazione della cannabis sativa L., alla stregua della legge 2 dicembre 2016, n. 242, discende, quale corollario logico-giuridico, la liceità della commercializzazione al dettaglio dei relativi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0.6 %, che pertanto non possono più essere considerati sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R. (Fattispecie in tema di sequestro preventivo, in cui la Corte ha ritenuto insussistente il requisito del “fumus” del reato di cui all’art. 73, comma 4, d.P.R. 309 del 1990, in relazione alla commercializzazione di infiorescenze di cannabis sativa contenenti THC con un valore medio inferiore allo 0,6%).

 

RITENUTO IN FATTO

Con ordinanza del 12/07/2018, il Tribunale di Macerata ha rigettato l’istanza di riesame proposta da L.C. contro il sequestro preventivo di infiorescenze di cannabis da lui messe in commercio.
Il Tribunale ha ritenuto sussistente il fumus in relazione al reato di cui all’art. 73, comma 4, d.P.R. 309/1990, escludendo che la legge 3 dicembre 2016, n. 242, intitolata “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, invocata dal ricorrente, deroghi alla disciplina penale in materia di stupefacenti. In particolare, i giudici del riesame hanno sostenuto che sebbene la legge citata si ponga in rapporto di specialità rispetto alla disciplina generale in tema dei detenzione e cessioni di sostanze stupefacenti contenuta nel d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, non possa derogarvi in quanto non riguarda scopi ricreativi o voluttuari, regolamentando soltanto le coltivazioni di canapa delle varietà ammesse ex art. 17 direttiva 2005/53/CE del Consiglio del 13 giugno 2002, non rientranti nell’ambito di applicazione del d.P.R. n. 309/1990 e riferendosi esclusivamente alle condotte dell’agricoltore.
Nel ricorso presentato dal difensore di Castignani si chiede l’annullamento dell’ordinanza assumendo che sia lecita la commercializzazione di infiorescenze di piante sviluppatesi da semi rientranti nelle categorie previste dalla legge n. 242/2016, perché escluse dall’ambito di applicazione del d.P.R. n. 309/1990.
3.1. Con il primo motivo di ricorso si deducono violazione del d.P.R. n. 309/1990 e, correlativamente, erronea interpretazione della legge n. 242/2016. Si assume la contraddittorietà dell’ordinanza impugnata là dove afferma che tale legge costituirebbe normativa speciale ma non derogante rispetto alla disciplina penalistica in materia di stupefacenti e dove sostiene che la commercializzazione al dettaglio dei prodotti derivanti dalla coltivazione della canapa industriale non rientrerebbe fra le previsioni di tale legge. Inoltre, si osserva che il mancato inserimento del commercio di infiorescenze nell’elenco delle attività lecite, contenuto nell’art. 2 della legge, non esclude che esso sia lecito, se vengono rispettati i limiti alla percentuale di THC fissati dalla legge (non oltre lo 0,6%), perché sarebbe incongruo non estendere le guarentigie previste per la produzione delle infiorescenze alla fase della commercializzazione alla quale il frutto della coltivazione perviene senza alcuna modifica; trascurando, peraltro, che la circolare ministeriale n. 70 del 22/05/2018 tratta del commercio delle infiorescenze prodotte da piante sviluppatesi da semi esclusi dalla disciplina del d.P.R. n. 309/1990.
Quanto agli esiti della analisi dei campioni, che rivelano il superamento della
soglia dello 0,6%, si osserva che si tratta, comunque, di infiorescenze di piante prodotte con semi appartenenti alle categorie previste dalla direttiva UE, diverse da quelle considerate nel d.P.R. n. 309/1990, evidenziando che, in concreto, il principio attivo rinvenuto neí campioni esaminati non supera mg. 25 di THC e quindi il limite (0,5%) oltre il quale, secondo la giurisprudenza, il THC è ritenuto drogante.
3.2. Con il secondo motivo di ricorso si deduce vizio di motivazione nella apodittica affermazione della illiceità del commercio di inflorescenze di canapa legale a scopi voluttuari o ricreativi.
3.3. Con il terzo motivo si deducono erronea applicazione dell’art. 4, commi 5 e 7, legge n. 242/2016, anche in relazione all’art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309/1990 e vizio di motivazione: si sostiene che dall’art. 4, comma 7, legge n. 242/2016 si deve desumere che se la coltivazione si fonda su semi certificati non vi è mai responsabilità penale anche se si supera la soglia di massima tolleranza (0,6%); inoltre, si evidenzia che non è stato effettuato l’accertamento genetico sui semi usati per la coltivazione.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

L’esame del ricorso richiede una preliminare analisi dei rapporti logico- giuridici fra i dati normativi costituiti dalle disposizioni contenute nel d.P.R. n. 309 del 1990, con le sue successive modifiche, e dalla legge n. 242 del 2016, con riferimento ai profili relativi alla commercializzazione delle infiorescenze della cannabis sativa.
1.1. Il d.P.R. n. 309 del 1990, intitolato “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”, rappresenta un micro- ordinamento complesso, al cui interno soltanto una porzione è dedicata alla “Repressione delle attività illecite” (Titolo VIII, artt. 72-86).
La legge n. 242 del 2016 contiene le “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, pianta la cui coltivazione è consentita già dall’art. 26 d.P.R. n. 309/1990 – seppure esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali, diversi da quelli di cui all’art. 27, consentiti dalla normativa dell’Unione europea – che pone il divieto per le coltivazioni indicate nell’art. 14 d.P.R. n. 309/1990.
Dai contenuti dei lavori preparatori si evince che la legge n. 242 del 2016 è mossa dalla ratio di promuovere e diffondere, nel sistema produttivo italiano, l’uso della canapa (in particolare, della canapa sativa L.), delineando molteplici settori in cui la stessa può essere impiegata: il legislatore del 2016 ha voluto ricreare le condizioni per far ripartire la filiera nazionale della canapa, la cui coltivazione è considerata necessaria per un ulteriore incremento del settore primario. Nella relazione alla proposta di legge si precisa che si è voluto anche evitare che i coltivatori rischino gli effetti (procedimenti penali con onerose spese legali, sequestri o distruzioni o, comunque, perdite dei raccolti) di accertamenti eseguiti con procedure di prelievo e di esame contrastanti con le norme europee sulla determinazione della percentuale di THC nelle coltivazioni. In effetti, il legislatore non ha promosso solo la coltivazione, ma espressamente l’intera filiera agroindustriale della canapa.
1.2. Deve rilevarsi che l’art. 1, comma 2, della legge n. 242/2016 – legge che è posteriore al d.P.R. 309/1990 – precisa che essa «si applica alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309».
Tale disciplina non si limita a dettare norme afferenti al titolo III del d.P.R. del 1990 che già nel capo I, all’art. 26 prevedeva una esenzione della coltivazione della canapa “per la produzione di fibre o altri usi industriali” dalle coltivazioni e produzioni vietate, ma espressamente colloca la coltivazione della varietà di canapa di cui tratta al di fuori dell’ambito di applicazione dell’intero d.P.R..
La cannabis è una pianta, non è un’unica sostanza chimica. Ogni pianta di cannabis contiene sia il chemiotipo CBD (cannabidiolo), che viene utilizzato per usi agroindustriali e terapeutici sia il chemiotipo THC (delta-9-tetraidrocannabinolo), che caratterizza le varietà destinate a produrre inflorescenze con effetto stupefacente o medicamenti. La marijuana è costituita dalle infiorescenze delle piante femminili della cannabis contenenti il principio attivo THC, essiccate per il fumo, dalle quali si può ricavare anche una resina denominata hashish.
2.1. Il legislatore italiano si è interessato tardivamente della coltivazione della canapa come fonte di sostanze stupefacenti perché le un tempo estese colture della pianta erano destinate alla produzione industriale mentre i prodotti contenenti THC provenivano dall’estero già pronti per essere usati a fini stupefacenti.
La prima disciplina italiana degli stupefacenti (legge n. 18 febbraio 1923, n. 396) indicò tra le droghe vietate solo gli oppiacei e la cocaina punendone il commercio, non anche la coltivazione; il codice penale del 1930 trattò i reati In materia di stupefacenti ma non fornì criteri per individuare le sostanze vietate e non si interessò alla coltivazione. La legge 22 ottobre 1954 n. 1041 pur vietando «la coltivazione del papaver somniferum e di altre piante dalle quali si possono ricavare sostanze comprese nell’elenco degli stupefacenti» non menzionò espressamente la canapa. Dopo che la produzione della canapa a fini industriali fu quasi scomparsa (mentre la marijuana era divenuta oggetto di un consumo di massa) l’art. 26 legge 22 dicembre 1975, n. 685 vietò la coltivazione anche della canapa indiana se non, previa autorizzazione, «per scopi scientifici, sperimentali o didattici» ma, come suindicato, successivamente già nell’art. 26 il d.P.R. n. 309/1990 ha escluso la coltivazione della canapa «per la produzione di fibre o altri usi industriali» dalle coltivazioni e produzioni vietate.
2.2. La legge n. 242 del 2016 mira a promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa e indica due diversi limiti di THC.
Quello dello 0,2% – posto nella disposizione su “controlli e sanzioni” (art. 4) e in nessuna altra parte della legge – ha la sua chiara ragione nella normativa sovranazionale costituita dal Regolamento (CE) n. 73/2009 del Consiglio del 19 gennaio 2009, che «stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori ,,.» e prevede il «pagamento corrisposto direttamente agli agricoltori nell’ambito di uno dei regimi di sostegno».
Nel titolo III (“regime di pagamento unico”) di questo provvedimento, si disciplina dell’aiuto economico corrisposto agli agricoltori in proporzione agli ettari utilizzati per l’attività agricola (definiti “ettari ammissibili”, all’art. 39 (“uso dei terreni per la produzione di canapa”) prevedendo che «le superfici utilizzate per la produzione di canapa sono ammissibili (nel senso di ammesse al regime di sostegno economico diretto) solo se le varietà coltivate hanno un tenore di tetraidrocannabinolo non superiore allo 0,2%». Ai comma 2 si prevede che «… la concessione di pagamenti è subordinata all’uso di semente certificate di determinate varietà». Nel titolo IV (“altri regimi di aiuto”), capitolo I (“regimi di aiuto comunitari”) Sezione 5 (“aiuto alle sementi”) art. 87, comma 4, si prevede che «le varietà di canapa (cannabis sativa L.) per le quali deve essere versato l’aiuto alle sementi di cui al presente articolo sono determinate secondo la procedura di cui all’art. 141, par. 2».
La ragione della presenza di queste disposizioni particolari per la canapa
(come, del resto, ve ne sono per altri prodotti agricoli e allevamenti secondo le rispettive specificità) è dichiarata nel preambolo: «È inoltre opportuno adottare misure specifiche per la canapa, per evitare che siano erogati aiuti a favore di colture illecite». A questo scopo è stato previsto il doppio limite (0,2% e 0,6%) contenuto nell’articolo 4 della legge n. 242 del 2016, che fa riferimento a controlli e sanzioni (senza, però, definire queste ultime.)
La normativa europea, che ovviamente non potrebbe incidere in alcun modo sulla normativa penale interna, ha risolto il problema della possibile commistione tra canapa proveniente da colture lecite e canapa con possibili effetti stupefacenti fissando un tenore massimo di THC quale limite per gli aiuti economici a favore degli agricoltori.
La legge 242 prevede i controlli, prendendo atto che dal superamento della percentuale del limite di THC dello 0,2% – determinato, fra l’altro, proprio secondo le modalità di cui al predetto regolamento comunitario (oltre che del d.l. 24 giugno 21014 n. 91/2014, relativo a controlli ispettivi di tipo amministrativo sulle imprese agricole) consegue la perdita dei benefici economici. Ma prevede espressamente, con l’ultimo comma dell’articolo 4, che sino alla diversa misura dello 0,6% di THC, la coltivazione di canapa da semente autorizzata è conforme a legge.
In altri termini, non lo 0,2%, ma lo 0,6% è la percentuale di THC al di sotto del quale la sostanza non è considerata dalla legge come produttiva di effetti stupefacenti giuridicamente rilevanti.
La legge n. 242/2016 attesta che la coltivazione delle varietà di canapa, nella stessa considerate, non è reato ex art 73 d.P.R. n. 309/1990 e viene consentita senza necessità di autorizzazione: il coltivatore non ha l’obbligo di comunicarne l’inizio alla Polizia giudiziaria, ma solo di conservare i cartellini della semente e le fatture dí acquisto, e se all’esito dei controlli – che vanno effettuati secondo il metodo prescritto dalla vigente normativa dell’Unione europea e nazionale di recepimento (art. 4, comma 6, legge n. 242/2016) – il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 % e entro il limite dello 0,6 % nessuna responsabilità è prevista per l’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni (art. 4, comma 5, legge n. 242/2016). Il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa impiantate nel rispetto delle disposizioni stabilite dalla legge possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo se, da un accertamento effettuato secondo il metodo di cui al comma 3 – risulti che il contenuto di THC nella coltivazione è superiore allo 0,6 per cento e anche in questo caso è esclusa la responsabilità dell’agricoltore (art. 4, comma 7, legge n. 242/2016).
La legge n. 242 del 2016 indica le finalità per le quali la coltivazione della canapa è consentita o, meglio, per le quali è promossa, ma non tratta della commercializzazione della canapa oggetto della coltivazione.
Tuttavia, risulta del tutto ovvio che la commercializzazione sia consentita per i prodotti della canapa oggetto del “sostegno e della promozione”, espressamente contemplati negli art. 2 e 3 della legge e, in particolare, fra gli altri: i «semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali», «alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori», «semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico», destinazioni al “florovivaismo”.
Deve sottolinearsi come si faccia riferimento alla produzione dei beni e non alla foro commercializzazione, questo mostra che la legge è diretta ai produttori e alle aziende di trasformazione e non cita i passaggi successivi semplicemente perché non li deve disciplinare.
Si tratta di una legge di “sostegno e … promozione” della produzione, nella quale – quindi – il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano di per sé vietati altri usi non menzionati.
Peraltro, deve registrarsi che la Circolare del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo del 22 maggio 2018 n. 70, ha ricondotto le infiorescenze (lett. g), alla categoria del florovivaismo così considerando lecito il loro commercio.
Con riferimento al sequestro in esame, la questione che sorge è se la commercializzazione possa riguardare anche la vendita al dettaglio delle infiorescenze (già materialmente oggetto della vendita all’ingrosso concernente i prodotti sopra considerati), contenenti il THC (nei limiti, fissati dalla legge n. 242/2016) e il CBD (che non ha effetti stupefacenti e mitiga quelli dell’altro principio chimico) per fini connessi all’uso che l’acquirente riterrà di farne e che potrebbero riguardare l’alimentazione (infusi, the, birre), la realizzazione di prodotti cosmetici – entrambi usi espressamente considerati dalla legge n. 242/2016 – e anche il fumo.
4.1. Si è sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alla sua coltivazione e alla destinazione dei prodotti coltivati entro l’alveo delle previsioni esplicite contenute nella legge n. 242 del 2016. Le disposizioni di questa legge che consentono, a certe condizioni, la coltivazione di cannabis, sono ritenute norma eccezionale e sicuramente non estensibili analogicamente alle altre condotte disciplinate dal d.P.R. 309/90 tra le quali la vendita e la detenzione per il commercio. Da questo assunto, si conclude che la presenza di un principio attivo sino allo 0.6% è consentita solo per i coltivatori non anche per chi commerci I prodotti derivati dalla cannabis (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci; Sez. 6, n. 52003 del 10/10/2018, Moramarco; Sez. 4, n. 34332 del 13/06/2018, Durante). Tuttavia, la configurazione della intera legge n. 242/2016 come norma eccezionale rispetto al d.P.R. n. 309/1990, non estensibile analogicamente, non appare appropriata perché non vengono in rilievo rapporti normativi in termini di regola-eccezione, ma emerge il configurarsi di un microsettore normativo in radice autonomo per la cannabis proveniente dalle coltivazioni consentite.
In ogni caso, questa interpretazione non è nutrita da una precisazione delle composite rationes che reggono il d.P.R. n. 309/1990 e da una valutazione del loro rapporto con la ratio della legge n. 242/2016, né si si confronta con le potenziali implicazioni sistematiche della portata normativa dell’art. 1, comma 2, legge n. 242 del 2016, che esclude le coltivazioni di canapa delle varietà ammesse dall’ambito di applicazione dell’intero d.P.R. n. 309 del 1990.
Cosi come assertivamente espressa, la tesi appare una petizione di principio che trascura che è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” (che la legge espressamente mira a promuovere) siano commercializzati e che, in assenza di specifici dati normativi non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso.
4.2. Questo Collegio ritiene che sia possibile una diversa interpretazione – peraltro presente nella giurisprudenza di merito (cfr., Tribunale di Ancona, 27/07/2018; Tribunale di Rieti 26/07/2018; Tribunale di Macerata 11/07/2018; Tribunale di Asti, 4/07/2018) e in dottrina – secondo cui la liceità della commercializzazione dei prodotti della predetta coltivazione (e, in particolare, delle infiorescenze) costituirebbe un corollario logico-giuridico dei contenuti della legge n. 242 del 2016: in altri termini, dalla liceità della coltivazione della cannabis alla stregua della legge n. 242/2016, deriverebbe la liceità dei suoi prodotti contenenti un principio attivo THD inferiore allo 0.6 °A), nel senso che non potrebbero più considerarsi (ai fini giuridici), sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 309 del 1990, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R..
La questione va inquadrata nel corretto rapporto fra i principi fondamentali dell’ordinamento che considera le norme incriminatrici come (tassative) eccezioni rispetto alla generale libertà di azione delle persone per cui eventuali ridimensionamenti delle loro portate normative non costituiscono eccezioni (norme eccezionali non estensibili analogicamente per il divieto posto dall’art. 14 preleggi) ma fisiologiche riespansioni (ben estensibili analogicamente) delle libertà individuali, che nel nostro sistema normativo non sono funzionalizzate (a differenza di quel che vale per altre concezioni del rapporto Stato-individuo) a scopi pubblici e restano espressioni individuali della persona, salvi i limiti previsti dall’art. 42 Cast. per l’iniziativa economica privata.
Riconosciuto questo, la questione da porsi non è se il commercio della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite (senza necessità di autorizzazione) esuli dalla disciplina delle norme incriminatrici dettata nel d.P.R. n. 309/1990, ma se questa disciplina possa riguardare la commercializzazione di prodotti dei quali è riconosciuta la liceità (se la loro natura non deborda dai limiti fissati dalla legge n. 242 del 2016).
Né il d.P.R. n. 309/1990 né (inesistenti) fonti normative primarie successive alla legge n. 242/2016 presentano contenuti che consentano di affermare questa conclusione.
Ne deriva che, per la questione in esame, vale il principio generale secondo il quale la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illeceità deve, in assenza di specifici divieti o controlli preventivi previsti dalla legge, ritenersi consentita nell’ambito del generale potere (agere licere) delle persone di agire per il soddisfacimento dei loro interessi (facultas agendo).
La fissazione del limite dello 0,6% di THC entro il quale l’uso delle infiorescenze della cannabis proveniente dalle coltivazioni contemplate dalla legge n. 242/2016 è lecito, rappresenta l’esito di quello che il legislatore ha considerato un ragionevole equilibrio fra le esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell’ordine pubblico e le (in pratica inevitabili) conseguenze della commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni.
Su queste basi, se il rivenditore di infiorescenze di cannabis provenienti dalle coltivazioni considerate dalla legge n. 242 del 2016 è in grado di documentare ia provenienza (lecita) della sostanza, il sequestro probatorio delle infiorescenze, al fine di effettuare successive analisi, può giustificarsi solo se emergono specifici elementi di valutazione che rendano ragionevole dubitare della veridicità dei dati offerti e lascino ipotizzare la sussistenza di un reato ex art. 73, comma 4, d.P.R. 309 del 1990.
Invece, è sempre possibile, sul piano del diritto amministrativo, che gli organi di polizia prelevino soltanto campioni (per non compromettere le esigenze economiche del venditore) delle infiorescenze per verificare, con forme analoghe a quelle stabilite dall’art. 4 della legge n. 242 del 2016, il superamento del tasso soglia di 0.6% di THC, dal quale possono derivare sia la non ammissibilità della coltivazione sia il sequestro preventivo ex art. 321 cod. proc. dell’intera sostanza detenuta dal commerciante.
La posizione di chi sía trovato dagli organi di polizia in possesso di sostanza che risulti provenire dalla commercializzazione di prodotti delle coltivazioni previste dalla legge n. 242 del 2016 è quella di un soggetto che fruisce liberamente di un bene lecito.
Questo comporta che la percentuale dello 0,6% di THC costituisce il limite minimo al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non devono considerarsi psicotropi o stupefacenti secondo un significato che sia giuridicamente rilevante per il d.P.R. n. 309/1990.
Dalla piena legittimità dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite deriva che il suo consumo non costituisce illecito amministrativo ex art. 75
d.P.R. n. 309/1990, a meno che non emerga che il prodotto sia stato in qualche modo alterato e che di questa condizione chi lo detenga per cederlo sia consapevole.
Questa conclusione non conduce, per altro verso, a un automatismo per il quale dal superamento dello 0,6 % di THC nella sostanza detenuta derivi immediatamente una rilevanza penale della condotta, che, invece, andrà – comunque – ricostruita e valutata secondo i vigenti parametri di applicazione del d.P.R. n. 309/1990.
Vale al riguardo evidenziare che l’art. 14 del d.P.R. n. 309/1990, al quale rimanda l’art. 73 d.P.R. n. 309/1990, non prevede (lett. a) che nella tabella I siano indicati la cannabis e il suo principio attivo (tetraidrocannabinolo), ma soltanto, in termini generali (nn.4 e 7), che vi sia indicata ogni «sostanza che produca effetti sul sistema nervoso centrale ed abbia capacità di determinare dipendenza fisica o psichica dello stesso ordine o di ordine superiore a quelle precedentemente indicate» (oppio, coca, anfetamine) e ogni «pianta sostanza naturale o sintetica che possa provocare allucinazioni o gravi distorsioni sensoriali e tutte le sostanze ottenute per estrazione o per sintesi chimica che provocano la stessa tipologia di effetti a carico del sistema nervoso centrale».
Dovranno, pertanto, ordinariamente provarsi le condizioni e i presupposti per la sussistenza del reato, compreso il superamento della soglia drogante e, ovviamente, la consapevolezza dei consumatore: un reato ex art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 può configurarsi solo se si dimostra con certezza, che il principio attivo contenuto nella dose destinata allo spaccio, comunque oggetto di cessione, è di entità tale da potere concretamente produrre un effetto drogante (Sez. 6, n. 8393 del 22/01/2013, Ceccon i, Rv. 254857; Sez. 6, n. 6928 del 13/12/2011, dep. 2012, Choukrallah, Rv. 252036; Sez. 4, n. 6207 del
19/11/2008, dep. 2009, Stefanelli, Rv. 242860).
Invece, è nel trattare della tabella II che l’art. 14, comma 1, lett b) del d.P.R. n. 309/1990 si occupa della cannabis e dei prodotti da essi ottenuti; i quali dall’art. 1, comma 30, d.l. 20 marzo 2014 n. 36, convertito con mod. nella legge 16 maggio 2014 n. 79, sono indicati come “foglie e infiorescenze”, “olio”, “resina”.
Nel caso in esame, l’ordinanza impugnata riguarda un sequestro preventivo ex art. 321 cod. proc. pen. relativo, appunto, a infiorescenze di cannabis che sono risultate contenere THC compreso (secondo quanto indicato nella richiesta di sequestro preventivo) fra lo 0,52% e lo 0,65%, pertanto con un valore medio inferiore allo 0,6%.
Deve osservarsi che, se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex lege n. 242/2016, l’autorità procedente deve dare conto delle ragioni per le quali eventualmente le modalità di prelevamento, conservazione e analisi dei campioni, ai fini della determinazione quantitativa del contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) si discostano da quelle previste dall’art. 4, comma 3, legge n. 242/2016 «stabilite ai sensi della vigente normativa dell’Unione europea e nazionale».
Comunque, anche in questo caso – cioè se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex lege n. 242/2016 – per le ragioni suesposte, come per l’agricoltore, così anche per il commerciante nel caso di sequestri (e distruzioni) dei prodotti a causa del superamento del limite dello 0,6% è esclusa la responsabilità penale e, quindi, è ammissibile soltanto il sequestro in via amministrativa (art. 4, comma 7, legge n. 242/2016). A una diversa conclusione potrà giungersi soltanto se risulti che il commerciante sia stato consapevole (a fortiori, se artefice) di trattamenti del prodotto successivi all’acquisto dal coltivatore e volti a incrementarne il contenuto di THC.
Per queste ragioni, venuto meno il fumus delicti e, quindi, esclusa la sussistenza dei presupposti in ordine al sequestro preventivo disposto, l’ordinanza impugnata deve essere annullata, come pure il provvedimento genetico, con conseguente restituzione all’avente diritto di quanto sequestrato.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata nonché il provvedimento in data 15/06/2018 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Macerata, disponendo la restituzione del materiale sequestrato &l’avente diritto.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 626 cod. proc. pen..

Così deciso il 29/11/2018

 

Il consigliere estensore

Angelo Costanzo

 

Il Presidente

Giorgio Fidelbo

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Come preparare una tisana di canapa?

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Un metodo efficace per assumere  la canapa, sia quella industriale che la cannabis terapeutica, è la preparazione di una tisana con i fiori.

Sono riportati in rete e su vari testi diversi metodi di preparazione, a partire dalle indicazioni nel Decreto 9/11/15, ma possiamo migliorare la qualità e la quantità dell’estrazione dei principi attivi con dei suggerimenti…

Vediamo i passaggi migliori per cominciare a preparare una tisana di cannabis in modo corretto:

– Scegliere di usare lo stesso pentolino ogni qualvolta si voglia preparare la tisana di canapa

– Porre come minimo 250/300 ml di acqua fredda per tazza, per massimo 200 mg di infiorescenza

– Il quantitativo di infiorescenza utilizzata va sminuzzata per poter aumentare la superficie di estrazione

– Cominciare a porre il tutto sulla fiamma avendo cura di coprire con con un coperchio, dopodiché portare a bollore

– Lasciar bollire  (lasciare cioè in decozione) a fuoco medio il composto per 15 minuti (fino 25 minuti per poter estrarre al meglio il CBD, gli altri cannabinoidi e principi attivi)

– Trascorso questo tempo aggiungere 15 gr di latte (vaccino preferibilmente intero, alternativamente di soia o di semi oleosi (mandorla, nocciola)) ogni 100mg di infiorescenza, per poter estrarre i principi attivi che sono liposolubili (ovvero solubili nei grassi) 

– Coprire nuovamente e lasciare bollire a fuoco basso per altri 10-15 minuti, dopodiché spegnere e lasciar raffreddare, mantenendo sempre coperto.

– Non filtrare il composto, sarebbe meglio bere anche i residui per poter assimilare tutte le sostanze non perfettamente estratte durante la decozione

– Dolcificare a piacere, meglio con miele o stevia… 

E’ anche possibile preparare una tisana utilizzando solo latte freddo sin dall’inizio, aggiungendo magari un po’ d’acqua durante l’ebollizione del preparato.

La scelta sarà anche nel gusto, poiché ad alcuni soggetti una tisana di solo latte può risultare meno digeribile.

Può sembrare un procedimento impegnativo, soprattutto tempisticamente (fino a 40 minuti di preparazione), però una volta presa la mano… può diventare un piacevole rito!

Inoltre con l’arrivo della bella stagione si può anche gustare la tisana di canapa fredda. Finita la preparazione della normale tisana calda, lasciare raffreddare con il coperchio. Una volta a temperatura ambiente, filtrare e versare la tisana in una bottiglia, chiuderla e riporre in frigorifero fino alla temperatura preferita. Conservare e utilizzare entro un paio di giorni.

Le informazioni qui contenute sono a scopo puramente divulgativo e non pubblicitario. Non devono sostituirsi alla consulenza di un medico o di altri operatori sanitari abilitati.

Le nozioni e le informazioni su procedure mediche, posologie, e/o descrizioni di farmaci hanno unicamente un fine illustrativo e non consentono di acquisire la manualità e l’esperienza indispensabili per il loro uso o la loro pratica.

In alcun modo le informazioni presenti hanno come fine l’istigazione alla prescrizione od al consumo.

L’informazione sanitaria è utile e funzionale al cittadino per la scelta libera e consapevole di prodotti e servizi.

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Canada: da oggi cannabis legale

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L’approvazione del parlamento canadese della legge sul consumo di Cannabis definita lo scorso Giugno, ha avuto oggi il via libera. Il Canada è il secondo stato dopo l’Uruguay a legalizzare la marijuana anche a scopo ricreativo.

Nella notte di oggi hanno aperto i primi negozi per la vendita della cannabis con code di persone all’esterno intente a festeggiare e fare i primi acquisti.

Nonostante ci siano ancora dubbi su come evolverà il fenomeno a livello sociale e relativi problemi che poterebbero crearsi come ad esempio sulla sicurezza stradale, il governo canadese è propositivo e ha preferito delegare le province e le amministrazioni, le quali potranno gestire autonomamente le modalità di consumo, ad esempio il luogo dove poter fumare o consumare le infiorescenze, l’età minima per potere acquistare cannabis, limiti per l’autoproduzione, etc.

La legge permette ad ogni cittadino di acquistare fino a 30 grammi di cannabis presso i dispensari o attraverso il servizio di consegna a domicilio attraverso portali internet gestiti direttamente dalle province, e non potrà far crescere più di quattro piantine a casa. Le sanzioni per l’acquisto illegale della marijuana sono state inasprite, così come le pene per la vendita ai minorenni. Al momento è consentita solo la vendita di soli fiori di cannabis essiccati, tinture, capsule e semi. Altri derivati, come alimenti, concentrati e infusi a base di THC, dovrebbero arrivare sul mercato il prossimo anno. Ricordiamo che stiamo parlando di una legalizzazione alla vendita e al consumo di tutta la cannabis, sia quella con il principio attivo stupefacente, il THC, sia della “cannabis light” legale in Italia non psicotropa, con bassissimi livelli di THC e alti valori di CBD.

In Canada la coltivazione sarà in mano ad aziende private autorizzate (al momento 120), ma la distribuzione verrà monitorata attentamente dallo stato. Saranno le province ad acquistare la cannabis dai produttori e a rifornire i dispensari, mentre la consegna a domicilio potrà essere effettuata solo dalle poste federali. Un sistema che nelle intenzioni del legislatore dovrebbe aiutare anche a tenere sotto controllo i prezzi, evitare la sovrapproduzione, far guadagnare lo stato grazie alla tassazione (stimato un ricavo annuo per lo stato di 400 milioni di dollari canadesi), evitare il mercato nero e lo spaccio soprattutto ai minorenni.

In Canada il possesso di marijuana era un reato dal 1923, ma le leggi erano già state modificate nel 2001 per consentire il consumo a scopo sanitario, per esempio nelle cure palliative contro il dolore cronico. Anche se diversi stati hanno depenalizzato da tempo l’uso della sostanza, per esempio i Paesi Bassi e il Portogallo, il Canada è solamente la seconda nazione al mondo dopo l’Uruguay a procedere a una totale legalizzazione. Negli Stati Uniti nove stati hanno fatto altrettanto, senza conseguenze rilevabili sulla salute pubblica, ma a livello federale non c’è ancora una legge per il consumo ricreativo della marijuana.

Molti altri stati, guardano al Canada come sperimento per la piena legalizzazione per valutare e  verificare gli effettivi benefici di un consumo normato e tassato della cannabis sativa.

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Canapa: questionario per una ricerca di mercato universitaria

QUESTIONARIO 2 - Canapa: questionario per una ricerca di mercato universitaria informazioni

Ci è stato chiesto da uno studente di Food Marketing dell’Università Cattolica di Piacenza, di condividere questo breve e anonimo questionario per uno studio di mercato sulla canapa (Cannabis sativa L.), i cui dati raccolti verranno utilizzati in una tesi.

Compilate e condividete.

Grazie per la disponibilità.

Staff Cannabis light Italia

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Conferma dell’OMS: la cannabis light non comporta rischi per la salute – Italia: pietra sopra alla legalizzazione

cannabis terapeutica - Conferma dell'OMS: la cannabis light non comporta rischi per la salute - Italia: pietra sopra alla legalizzazione terapie-alternative, informazioni, cannabis-light
Dopo tanto “sparlare” dell’ultimo mese, soprattutto in Italia, ci è sembrato di esser ritornati agli anni ’30 – ’40 all’inizio del proibizionismo. E’ stato affermato che la cannabis light, ovvero la cannabis con CBD e con bassissimo THC (cannabinoide psicotropo) è una droga, non si sa che effetto abbia a lungo termine, non vi sono abbastanza ricerche ed evidenze scientifiche per escludere i possibili effetti negativi anche a livello terapeutico e di voler chiudere tutti i negozi di cannabis light legale, “piaga” molto diffusa anche negli shop online sul web.

Finalmente una buona notizia!

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) conferma la sua opinione in merito ai cannabinoidi contenuti nella cannabis terapeutica: il cannabidiolo (CBD), composto non psicoattivo della marijuana medica, non comporta rischi di dipendenza e non causa cambiamenti dell’umore o del comportamento. La notizia è molto importante considerando che vi sono ancora professionisti scettici sul reale rapporto rischi-benefici di questa sostanza.

Precisiamo che il termine cannabis terapeutica o marijuana medica, prima riferito a quella con alte concentrazioni di THC, venduta nelle farmacie dietro prescrizione e controllo medico, ora viene maggiormente attribuito alla cannabis con CBD, ovvero la cannabis light legale, quella venduta in Italia ad uso tecnico, quindi non destinata al consumo.

L’OMS ricorda che ogni paese può decidere liberamente in merito alla legalità o meno di questa sostanza ma il suo parere autorevole potrebbe cambiare decisamente gli scenari in tutto il mondo e accelerare quel processo di riconoscimento che la cannabis sembra proprio meritare.

Purtroppo in Italia in ministro Fontana decide di mettere una pietra sopra alla legalizzazione almeno nell’attuale legislatura, lasciando la legge così com’è, ovvero contorta.

Referenze e spunti per approfondire:

https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/26022-cannabis-oms

Pietra Sopra alla Legalizzazione da parte del Ministro Fontana: “Lasceremo la Legge così com’è” – Video

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Cannabis, avvenimenti a confronto: nel mondo e in Italia

cannabis in italia e nel mondo avvenimenti - Cannabis, avvenimenti a confronto: nel mondo e in Italia terapie-alternative, informazioni, cannabis-light

Il 20 Giugno il Canada liberalizza la cannabis a uso ricreativo, non solo la “cannabis light” o marijuana leggera, ma una vera e propria depenalizzazione della cannabis (anche quella “medica” con il principio psicotropo, il THC).

In concomitanza, per la prima volta nella storia delle Nazioni unite, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), durante la sessione aperta della Commissione di Esperti sulle Dipendenze da Droga, informa di avviare una revisione delle proprietà terapeutiche della cannabis e annuncia quindi di voler rivalutare scientificamente gli effetti della marijuana, profilando così la possibilità di depennarla dalla lista stilata sulle droghe.

Ieri 21 Giugno 2018 in Italia, su molte testate giornalistiche, è stato pubblicato un articolo in cui il Consiglio Superiore di Sanità chiede il divieto alla libera vendita della “cannabis light”, quella legale con THC <0,6%, venduta ad uso tecnico, ovvero non destinata al consumo. Il CSS raccomanda, “nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, che siano attivate le misure per bloccare la cannabis light” perché “non si può escludere la pericolosità del THC anche a basse concentrazioni in alcuni soggetti”.

Quindi, mentre da qualche parte nel mondo si provano a fare sforzi per regolamentare la cannabis in modo da poter avere anche i permessi e i mezzi per studiarla a scopo terapeutico, contemporaneamente in Italia, si cerca di dare disinformazione e fare ostruzionismo.

Oggi tempestivamente, il ministro della Salute, smentisce dicendo che il parere del CSS di vietare la vendita della cannabis light legale, è una “conclusione un po’ forte” e che non c’è emergenza o prova di nocività che giustifichi le chiusure, ma casomai sarà necessaria una regolamentazione del settore.

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L’evidenza scientifica sui potenziali rischi e effetti terapeutici della Cannabis e dei Cannabinoidi

tricomi - L'evidenza scientifica sui potenziali rischi e effetti terapeutici della Cannabis e dei Cannabinoidi terapie-alternative, informazioni, cbd, cannabis-light

L’uso della marijuana è tornato prepotentemente di moda, negli ultimi anni. In diverse nazioni è recentemente stato accettato l’uso medico e/o ricreativo di tutte le tipologie di cannabis, in altre, ad esempio l’Italia, è concessa la vendita solo delle varietà di canapa certificate, la cosiddetta cannabis light o erba legale e di quella farmaceutica dietro prescrizione medica.

A differenza dell’uso trasgressivo degli anni sessanta, oggi però vengono decantati gli effetti terapeutici, veri o presunti, della cannabis sativa, del cannabidiolo (CBD) e degli altri numerosi cannabinoidi presenti nelle infiorescenze (1).

La storia di questa pianta è alquanto complessa e articolata. Le prime notizie dell’uso terapeutico della Cannabis sativa risalgono a 3000 anni fa in Asia centrale, paese di cui è originaria. Solo nell’800 fu introdotta nella medicina occidentale, dove si cominciarono a studiare gli effetti terapeutici su diversi casi clinici. In seguito fu inserita nella farmacopea degli Stati Uniti nel 1916, per essere poi proibita e bandita nel ’42, perché accusata di essere una droga causa di diversi mali sociali.

E’ ormai noto e accettato che la cannabis è una pianta utilissima in ambito alimentare, tessile, industriale, agronomico e anche medico, grazie ai molteplici costituenti chimici presenti nelle infiorescenze. Oltre ai 120 cannabinoidi fino ad oggi identificati, troviamo i terpeni (più di 200), gli idrocarburi, i flavonoidi, gli acidi grassi, gli alcoli, gli aldeidi e le cannaflavine; sono complessivamente più di 600 composti chimici.

Da tenere presente che ci sono moltissime varietà, selezioni e incroci di cannabis che presentano ognuna diverse caratteristiche morfologiche (quantità semi, altezza), ma anche nella concentrazione e composizione delle diverse sostanze chimiche presenti (ad esempio Cannabis con THC e Cannabis light con elevata concentrazione di CBD e bassa di THC ), responsabili degli odori, sapori e profumi e soprattutto dei diversi effetti sul nostro organismo, sia psichici che fisiologici.

Ma che livello di evidenze scientifiche ci sono in campo medico?

Gli studi sull’uso terapeutico della cannabis e dei cannabinoidi (tra cui quelli più recenti sul CBD), sono veramente numerosi. Su PubMed sono indicizzati e consultabili circa 25.000 articoli (2).

Dal punto di vista medico/scientifico bisogna però distinguere il “grado di affidabilità” dei numerosi articoli (evidenza scientifica). Più un caso di studio è comprovato da diverse e ripetute ricerche controllate, isolate, randomizzate e ripetibili, più l’evidenza scientifica è elevata e difficilmente il caso sarà smentito da successive analisi.

Molti degli studi eseguiti fin’ora sulla cannabis, si trovano al livello più basso di evidenza scientifica, il che vuol dire che sono risultati efficaci solo su un limitato numero di esperimenti e non possono quindi essere ancora approvati dalla comunità scientifica. Alcuni invece raggiungono elevati livelli di evidenza: ciò vale sia per gli effetti dannosi della droga che per quelli terapeutici (3).

Accenniamo ad alcune patologie e i rispettivi livelli di evidenza scientifica riscontrati con l’uso di cannabinoidi.

Elevata evidenza: dolore cronico.

Moderata evidenza: nausea, vomito da chemioterapia, sclerosi multipla, ansia sociale.

Bassa, insufficiente evidenza: mancanza di appetito, perdita di peso in pazienti defedati, cancro, Parkinson, demenza, epilessia, colon irritabile.

Per concludere, esistono livelli di evidenza scientifica anche per i casi di studio rivolti a stabilire i danni o rischi per la salute derivati dal consumo (abituale o non) di cannabis. Di fatto l’uso curativo è anche ostacolato dalla contemporanea presenza nella pianta di principi attivi “tossici” e principi attivi “salutari” (4).

Abbiamo scritto questo articolo solo a scopo informativo, non è nostra intenzione sostituirci a medici o ricercatori, ma solo riportare quanto pubblicato in letteratura scientifica e far capire a chi interessato, che bisogna saper valutare le molteplici informazioni e notizie riportate dai media o che si possono leggere online.

Su siti o blog che trattano marijuana o prodotti e derivati della cannabis (in particolare cannabis light e CBD), vengono spesso riportati insieme alle proposte commerciali, anche le presunte proprietà curative, ovviamente senza che sia riportata alcuna distinzione rispetto ai diversi livelli di evidenza scientifica (5), e ciò può essere fuorviante per l’acquirente o il consumatore che può mettere a rischio la propria salute.

Citazioni: (1),(2),(3),(4),(5) – FEI (federazione italiana erboristi) Phyto journal, n.2 marzo-aprile 2018, Focus Cannabis, L’uso terapeutico della cannabis e dei cannabinoidi Potenziali rischi e benefici sulla salute.

Se volete approfondire l’argomento, segue un altro articolo molto interessante in lingua originale pubblicato sul National Cancer Istitute sulla Cannabis e i Cannabinoidi.