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Ufficialmente riconosciute le proprietà terapeutiche della cannabis: OMS chiede riclassificazione

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Finalmente un’altra conferma dell’OMS che riconosce ufficialmente le proprietà mediche e terapeutiche della cannabis.

Dopo Giugno dello scorso anno in cui l’Organismo Mondiale della Sanità si era già pronunciato in favore di una maggiore apertura nei confronti della cannabis e in particolare del più recentemente scoperto CBD (cannabidiolo) eliminandolo dalle sostanze stupefacenti, il passo compiuto la scorsa settimana è davvero storico.

L’OMS, l’unico organismo incaricato di farlo, dopo un’attenta ricerca e valutazione degli studi e delle prove disponibili, raccomanda ai governi e agli organismi internazionali di eliminare la cannabis e derivati dall’elenco IV della Convenzione unica sugli stupefacenti. Nel 1961, queste sostanze erano state inserite nella Tabella IV della Convenzione Unica che contiene gli stupefacenti considerati particolarmente pericolosi e senza alcuna importanza terapeutica.

Queste raccomandazioni scientifiche sostengono il valore terapeutico e le riconosciute applicazioni mediche dei cannabinoidi. Il buon esito delle prove raccolte, reintegra nella farmacopea la cannabis e i cannabinoidi.

“Prese insieme, le raccomandazioni, se adottate, rappresenterebbero un riconoscimento formale del fatto che gli organismi di governo del mondo si siano effettivamente sbagliati sui danni e sui benefici terapeutici della marijuana per decenni. La nuova posizione dell’OMS arriva in un momento in cui un numero crescente di paesi si sta muovendo per riformare le proprie politiche sulla cannabis. In quanto tale, uno spostamento all’ONU potrebbe incoraggiare altre nazioni a ridimensionare o abrogare le loro leggi proibizionistiche, anche se la legalizzazione per ragioni non mediche o non scientifiche violerebbe ancora tecnicamente le convenzioni globali.

La bella notizia è che 53 Paesi delle Nazioni Unite ora devono approvare queste raccomandazioni dell’OMS, modificando gli effetti della Convenzione con un semplice voto a maggioranza.” (Cit. articolo di  Mario Catania/http://www.cannabisterapeutica.info/2019 )

“La decisione da parte dell’OMS rappresenta una vittoria dell’evidenza scientifica sulla politica dello struzzo praticata da tutto il mondo da oltre mezzo secolo. Una revisione radicale delle tabelle internazionali sarebbe un passo nella direzione di politiche di buon senso che tengono di conto il progresso scientifico nonché le buone pratiche di riduzione dei danni (spesso penali) imposti da decenni di proibizionismo.” (Cit. articolo di Ass. Luca Coscioni/01.02.2019/https://www.associazionelucacoscioni.it )

Ci si aspettava che la Commissione delle Nazioni Unite prendesse in considerazione la possibilità di riclassificare la cannabis a Marzo 2019 durante la sua riunione annuale. Purtroppo le prove scientifiche fornite dall’OMS solo ora, potrebbero far allontanare la decisione finale dell’ONU al 2020, lasciando maggior tempo per il riesame ai Paesi partecipanti.

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https://www.associazionelucacoscioni.it/notizie/comunicati/oms-cannabis-italia-sostenga-revisione/

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Salviamo la filiera della canapa industriale

1ff8aedea73efec2853751d743b84f5d - Salviamo la filiera della canapa industriale canapa, avvisi

L’Italia ha una tradizione millenaria di coltivazione della canapa, una pianta dai mille utilizzi: fibre, tessuti,
bioedilizia, bioplastica, alimentare, cosmetica, farmaceutica.
Dopo anni di difficoltà la legge 242/2016 ha permesso di rilanciare la coltivazione della canapa in Italia, in soli
due anni la produzione è passata da meno di 400 a 4000 ettari coltivati generando migliaia di nuove aziende
e di persone occupate.
Nonostante il grande passo avanti La legge 242/2016non chiarisce la questione della produzione e vendita
delle infiorescenze e derivati del fiore e una recente sentenza a Sezioni Riunite della Corte di Cassazione ha
stabilito che le infiorescenze e i derivati non rientrano nei prodotti ottenibili dalla coltivazione di Cannabis
sativa L.. Di conseguenza la cessione a qualsiasi titolo, la detenzione e il trasporto rientrano nell’ambito di
applicazione della normativa degli stupefacenti.
I fiori di canapa sono la parte della pianta di maggior interesse economico e rappresentano un’importante
opportunità di crescita per il territorio; specialmente in anni in cui si stanno delineando i rapporti di fornitura
e i più importanti player del settore stanno decidendo i luoghi in cui realizzare i propri investimenti è
strategicamente essenziale essere identificati come paese in grado di offrire soddisfazioni a questo ricco
mercato nascente. Oltre a questo aspetto, le infiorescenze e i prodotti derivati sono l’ossigeno che tiene a
galla l’intero agro industriale in attesa che si sviluppi la filiera di trasformazione delle altre parti della pianta.
Se la legge 242 non verrà modificata in fretta il nostro Paese perderà una irripetibile occasione, migliaia di
negozi aziende agricole che hanno già realizzato investimenti e che fino a oggi hanno pagato le imposte sulla
produzione e vendita dei fiori di canapa e prodotti derivati saranno costrette a chiudere. Il mercato del fiore
si svilupperà in altri paesi, mentre l’Italia continuerà a essere importatore di questi prodotti.
Al Senato sono state depositate due proposte di modifica della legge 242/2016 (pdl 1321, a firma Lello
Ciampolillo e pdl 1324 a firma Matteo Mantero) per regolamentare questo mercato garantendo la
tracciabilità dei prodotti e la loro purezza. Oltre 40 Senatori hanno richiesto che le proposte di modifica della
legge 242/2016 siano discusse con urgenza. A settembre questa richiesta sarà votata dal Senato e se sarà
approvata la modifica della legge sulla canapa potrà essere resa esecutiva in tempi bervi.
Firma per chiedere al Senato di sostenere la richiesta di urgenza per la modifica della legge 242/2016 sulla
canapa industriale.
Salviamo agricoltori, commercianti e questa pianta straordinaria!

VAI ALLA PETIZIONE

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San Marino approva l’istanza sulla cannabis ricreativa: la legalizzazione è più vicina

bandiera san marino800x600 - San Marino approva l’istanza sulla cannabis ricreativa: la legalizzazione è più vicina terapie-alternative, informazioni, cannabis-light

Dopo la legalizzazione della cannabis medica avvenuta nel 2016, il piccolo Stato non ha nessuna intenzione di fermarsi e si prepara a regolamentare anche l’uso ricreativo. L’istanza sull’uso ludico della cannabis nello stato di San Marino è passata nella scorsa notte.

Nell’istanza è stato dichiarato quanto appreso dalle recenti ricerche sulla cannabis, il cui consumo risulterebbe molto meno dannoso rispetto ad alcool e tabacco. Inoltre è stato puntualizzato il fatto che l’uso di cannabis non è propedeutico al consumo di droghe pesanti e la dipendenza prodotta dal consumo è nettamente inferiore di quella prodotta da alcool e nicotina, invece legali, oltre al fatto che nei paesi in cui è stata legalizzata non aumenta il consumo tra i giovani e non aumentano gli incidenti stradali.

Per approfondire vai al seguente link del testo originale di Dolce Vita

San Marino approva l’istanza sulla cannabis ricreativa: la legalizzazione è più vicina

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Sentenza Corte Suprema di Cassazione – 30 Maggio

cassazione sentenza 30 maggio - Sentenza Corte Suprema di Cassazione - 30 Maggio informazioni, cannabis-light

Ieri 30 Maggio si è riunita la Corte Suprema di Cassazione – Sezioni Unite Penali per decidere sulla liceità o meno del commercio delle infiorescenze di cannabis light. 

<<E’ reato commercializzare i derivati della cannabis light>>. Così affermano ieri pomeriggio diverse testate giornalistiche, generando inutili e falsi allarmismi tra gli operatori del settore cannabico italiano.

L’avvocato Zaina e le associazioni di settore (Federcanapa, Aical) subito controbattono dicendo che gli operatori e commercianti di cannabis light non commettono nessun reato, come riportato nella sentenza, e spiegano le motivazioni.

Nella sentenza di ieri viene infatti alla fine riportato che è vietata la vendita di prodotti derivati dalla coltivazione della Cannabis sativa L., “salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Quindi, al contrario di quanto inizialmente pubblicato, da questa sentenza sembra emergere che il commercio di cannabis light sia lecito in quanto: la sostanza drogante (il THC) è inferiore a 0,5% (soglia da tempo riconosciuta come limite in Italia da letteratura scientifica e tossicologia forense), e poiché rientra nei dettagli e nelle limitazioni della legge 242 del 2 Dicembre 2016.

Sicuramente la sentenza non facendo legge, lascia ancora tante “porte aperte”, quindi rimaniamo in attesa di chiarezza e certezze, poiché in pratica non è cambiato nulla da come è stata gestita la questione cannabis fino ad ora. L’attività degli operatori del settore rispetta la legge e la cannabis light può essere venduta in quanto non è una droga, poiché derivata da coltivazioni di canapa industriale e presenta concentrazione di THC sotto i limiti.

Di seguito il testo della sentenza di ieri della Cassazione.

 

 

 

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Petizione – Salvini contro la Cannabis Light: chiediamo risposte

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Nuovamente si prova a fare terrorismo psicologico e non solo.

Assurdo è dir poco. Mentre nel mondo si fanno passi avanti e l’OMS ha da tempo dichiarato come innocua la cannabis light e il CBD contenuto in essa, in Italia rischiamo di tornare al proibizionismo.

Dopo gli articoli recenti e le dichiarazioni sconcertanti di Salvini, c’è sempre più bisogno di chiarezza nel settore della canapicoltura e della vendita di cannabis light legale.

Condividi e dai una mano firmando la petizione. E’ molto importante, non restiamo indifferenti.

link petizione

Per capire meglio la situazione vi proponiamo i seguenti articoli de “Il fatto quotidiano”:

Cannabis, Salvini: “Chiusi primi 3 negozi. Il M5s ritiri proposta sulla droga libera”. Conte: “Tema non è all’ordine del giorno”

Cannabis legale: ministro Matteo Salvini, ma cosa ti sei fumato?

Cannabis legale, è scontro Lega-5 Stelle. Salvini: ‘Chiuderò i negozi, sulla droga potrei rompere’. Di Maio: ‘Basta minacce’

Grazie e condividi.

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La cannabis light non è una droga. I nostri politici lo sanno?

cannabis io non sono una droga - La cannabis light non è una droga. I nostri politici lo sanno? cannabis-light

Ancora contrasti in parlamento sul tema cannabis: Salvini fa guerra alla cannabis light, mentre M5S la difende.

Mentre all’International Cannabis Expo di Milano, esperti e associazioni del settore della canapa industriale si fanno sentire con lo slogan: NON SONO UNA DROGA accompagnato dall’immagine di una foglia di cannabis, la Lega ancora attacca la cannabis legale non distinguendola dalle altre droghe; definisce “spacciatori” tutti i negozi e i produttori di cannabis leggera e chiama feste di droghe le fiere del settore.

La cannabis divide Lega e M5S. Salvini dichiara guerra a quella light, i grillini la difendono

(link dell’articolo originale riportato di seguito – Secolo d’Italia)

“L’unica cosa, veramente folle e sconfortante, è che un ministro dell’Interno non riesca o non voglia capire la differenza che c’è tra le infiorescenze di cannabis industriale, la cosiddetta light, e quelle che lui chiama genericamente droghe. Paragonare i derivati della canapa industriale, che hanno una quantità estremamente bassa di principio attivo (thc) e che quindi non causano alcun effetto psicotropo, alle sostanze stupefacenti, sarebbe come paragonare il succo d’uva alla grappa”. Lo scrive su Facebook il senatore M5S Matteo Mantero attaccando con durezza Matteo Salvini che si era scagliato contro il Cannabis Expo in programma a Milano dal 3 al 5 maggio.

Scontro tra Salvini e il M5S sulla cannabis light

“Stiamo lavorando – aveva detto Salvini -non da soli per andare a verificare la giungla di cannabis e canapa shop che hanno aperto come funghi che in un caso su due si rivelano centri dello spaccio. Io non voglio lo Stato spacciatore”. E ancora, riferendosi al Cannabis Expo, aveva commentato: “Feste di droghe, droghette, drogone, droghine, non dovrebbero essere autorizzate mai”. Una linea che non trova concorde il M5S. Si scava così un altro solco a differenziare le posizioni dei due alleati di governo. “È  assolutamente indegno – attacca il grillino Mantero – che un ministro dell’Interno si permetta di chiamare spacciatori quelli che in realtà sono semplicemente contadini e commercianti che conducono un’attività permessa e sancita dalla legge, anzi queste persone sono coloro che, con fatica e con i loro investimenti personali, stanno sottraendo al mercato illegale una parte degli introiti e dei consumatori”. “Se Salvini portasse avanti la sua battaglia contro gli shop di canapa light e se si arrivasse alla follia di decretarne la chiusura, causerebbe un danno a oltre 4.000 imprenditori, che non hanno fatto altro che ciò che la legge gli consente, e a tanti agricoltori che hanno investito per rilanciare una filiera importante come quella della canapa, in cui l’Italia era leader nel mondo e che può tornare ad esserlo”, accusa Mantero.

Mantero (M5S): il ministro dell’Interno dice “belinate”

“Ma soprattutto – prosegue il senatore 5 Stelle – si farebbe un enorme regalo alla criminalità organizzata, un enorme regalo a quegli spacciatori che il Ministro dice di voler combattere, perché quelle persone che adesso si rivolgono ai negozi di canapa light, proprio perché vogliono un prodotto più sicuro e perché non vogliono essere costretti a rivolgersi al mercato illegale, saranno nuovamente, in un modo o nell’altro, indirizzati nuovamente nelle braccia degli spacciatori”. “Se Salvini vuole favorire la criminalità organizzata e gli spacciatori allora continui su questa strada che è quella giusta. Altrimenti – conclude Mantero – la smetta di dire belinate e pensi a fare il ministro dell’Interno combattendo veramente la mafia e non solo a colpi di social”.

«La cannabis light non è droga». Esperti e associazioni in rivolta

(link dell’articolo originale riportato di seguito – Avvenire.it)

È un messaggio fuorviante quello veicolato dall’“International cannabis expo”, in programma a Milano da oggi a domenica. A far discutere è soprattutto il testo degli striscioni e dei cartelloni pubblicitari che da giorni tappezzano Milano: sotto il disegno di una foglia verde a cinque punte è scritto “Io non sono una droga”, lo slogan scelto per propagandare la manifestazione. Pubblicità ingannevole? Un avviso promozionale «sbagliato e pericoloso» lo ha definito il sindaco della città, Beppe Sala, che ha presentato, con la giunta comunale, un esposto all’Agcom, l’autorità garante per le comunicazioni.

«Ma è un invito a riflettere sulle proprietà della pianta» replicano gli organizzatori. L’evento, alla quarta edizione, è dedicato agli «aspetti legali della cannabis », quella con percentuale di tetra-idrocannabinolo ( Thc) inferiore allo 0,5, che in Italia si può vendere e comprare: «una pianta dalle mille risorse – dicono i promotori dell’“Hemp Fest” (altro nome dell’expo) – che vanno dall’uso terapeutico fino alle applicazioni nei settori dell’edilizia, del tessile e dell’energia».

Non è una rassegna da poco, quella milanese: musica, conferenze e workshop in una location di 8mila metri quadrati con 150 espositori provenienti da ogni parte d’Europa. Un evento commerciale che ha lo scopo di lanciare nuove linee di prodotti del mercato della cannabis. Settemila piantine verranno regalate ai visitatori. Come dire: “vedete che non c’è niente di male”? Ma davvero la cannabis non è una droga? Tra gli educatori e gli esperti del settore della tossicodipendenza si alza un coro di “no”. Per Simone Feder, psicologo della Casa del Giovane di Pavia, intervistato dal mensile “Vita” «non c’è nulla di peggio della normalizzazione di qualcosa che crea danni devastanti». Infatti, una ricerca pubblicata di recente dalla rivista internazionale “Lancet Psychiatry” e rilanciata in Italia dalla Fondazione Veronesi – l’ennesima che si muove su questa linea – dimostra che chi fuma “cannabis light” o suoi derivati in età dello sviluppo aumenta il rischio di effetti psicotici come delirio, allucinazioni e schizofrenia che possono portare a danni irrecuperabili.

Un “no” arriva anche da Antonio Boschini, vicepresidente della Comunità di San Patrignano di cui è responsabile terapeutico: «C’è una sofisticata logica commerciale, quel messaggio è un gioco di ambiguità che purtroppo trova una società non preparata nè disponibile a svelarne le carte, si vuole sdoganare l’“erba” a scopo ricreativo e lo si fa con investimenti notevoli ». Evidenze scientifiche incontrovertibili, dice il dottore del centro riminese fondato da Vincenzo Muccioli, attestano che stiamo parlando di una droga: «È assodato che la cannabis sia pericolosa per i più giovani, lo vediamo tutti i giorni nel nostro lavoro: crea dipendenza. Prevenire l’uso della droga tra gli adolescenti significa soprattutto prevenire dall’uso della cannabis, benché “light” – sostiene Boschini – e il 98% di chi viene accolto a San Patrignano ne ha fatto uso».

«Tutte le droghe fanno male e noi siamo chiamati a dirlo senza “se” o “ma”: mi viene da pensare che la droga e i nostri giovani non siano tenuti in seria considerazione, visto che si lanciano messaggi del genere» è l’opinione di Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict). «Conosciamo anche troppo bene i danni che tutte le droghe possono causare: nel 2018 – conclude Squillaci – nelle nostre strutture terapeutiche si è registrato un incremento del 16% di utenza con problemi legati all’uso di cannabinoidi: rimango sconcertato nel vedere quei manifesti».

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Ancora incertezze. Negozi di cannabis a rischio. Si attende il 31 Maggio.

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Nonostante le affermazioni pubblicate dall’OMS che dichiara la cannabis con CBD innocua per la salute, e la cannabis in generale un’utile pianta da reinserire nella farmacopea, togliendola dalla lista delle sostanze stupefacenti; nonostante la prova tangibile dei benefici che la legalizzazione ha portato o sta portando a molti Stati (aumento del reddito e dei posti di lavoro, riduzione del narcotraffico, mafie e mercato nero, etc. ); nonostante sia risaputo che le esperienze di proibizionismo presenti e passate non hanno portato alcun risultato positivo (anzi…); in Italia dopo più di 2 anni dall’inizio della vendita di cannabis light, ancora gli imprenditori, gli agricoltori e i piccoli negozianti che hanno investito sul mercato delle infiorescenze di canapa sono a rischio di perdere tutto.

Nei mesi passati vi sono stati diversi fatti rilevanti dovuti al vuoto normativo che interessa il settore della canapa e della cannabis light. In particolare durante il processo di un titolare di un negozio di cannabis legale a cui era stata sequestrata tutta la merce, si sono scontrate le sentenze di due diverse sezioni della Corte di Cassazione che si sono espresse in modo opposto: per la Sesta il commercio della cosiddetta cannabis light è lecito, per la Quarta (intervenuta successivamente) non lo è.

Così il 31 maggio saranno le Sezioni unite penali della Suprema Corte di Cassazione a decidere sulla liceità o meno del mercato dell’infiorescenza di canapa. Se il risultato sarà favorevole a questo mercato, verranno dettati i limiti e le regole di questo nuovo settore economico.

Difficile dire come andrà a finire dato lo scetticismo e l’ignoranza che è presente ancora nel nostro Paese, dove tra i nostri politici e organismi istituzionali ci sono ancora persone che ritengono la canapa una pericolosa droga alla pari delle altre droghe pesanti.

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In Germania il governo seleziona produttori di cannabis medica, in Italia cosa aspettiamo?

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La Germania ha deciso di sviluppare la propria industria di produzione di cannabis medica per ridurre la dipendenza dalle importazioni dal Olanda e Canada.

Il governo ha appena accettato le offerte per i contratti di fornitura da 79 potenziali coltivatori. L’autorità per la regolamentazione delle droghe del Paese, BfArM, ha dichiarato di puntare a selezionare i coltivatori tra aprile e giugno, per un volume totale di approvvigionamento di cannabis di 10.400 kg in quattro anni e il primo raccolto previsto per il 2020.

Le prescrizioni di marijuana medicinali sono disponibili in Germania dal 2017, ma tutti i farmaci sono attualmente importati e di recente il Paese aveva chiesto ed ottenuto un aumento del quantitativo di cannabis importata dall’Olanda fino a 1,5 tonnellate l’anno a partire dal 2019

In Italia la cannabis medica è legale dal 2007 e dal 2014 è attiva la produzione di cannabis medica presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Nonostante i grandi finanziamenti ad oggi la produzione dello stabilimento resta molto bassa, compresa tra i 150 e i 200 chilogrammi l’anno per due varietà. E anche le importazioni restano sotto i 1000 chili l’anno, una situazione che crea non poche difficoltà ai pazienti, che da mesi si trovano a combattere con la carenza di cannabis in tutta Italia.

Per far fronte al problema il ministro della Salute Grillo aveva previsto l’apertura della produzione di cannabis medicale anche ai privati. L’annuncio era arrivato a luglio del 2018, ma ad oggi non è stato fatto nessun passo avanti.

Il paradosso è che avendo avviato la seconda produzione di cannabis medica in Europa dopo l’Olanda, oggi, invece che essere esportatori di prodotto come sarebbe dovuto avvenire, siamo ancora alle prese con la carenza del medicinale per i pazienti, mentre rischiamo di farci sorpassare da altri paesi europei.

Mario Catania

 

 

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Secondo la cassazione la vendita e l’uso di cannabis light sono leciti

Corte di Cassazione sentenza cannabis light - Secondo la cassazione la vendita e l'uso di cannabis light sono leciti informazioni, cannabis-light

Finalmente il responso tanto atteso!

La Cassazione ha recentemente deciso che vendita e uso di cannabis light sono leciti.

Annullato il sequestro preventivo disposto nelle Marche nei confronti di un commerciante 28enne. La cannabis light non è ritenuta una sostanza che viola la disciplina penale sugli stupefacenti. Affermata la liceità della commercializzazione al dettaglio dei relativi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0.6 %, che pertanto non possono più essere considerati sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.

Noi di Cannabis light Italia, come probabilmente tutti gli appassionati del mondo della cannabis, siamo veramente contenti, perché questa sentenza è un grande passo avanti e speriamo che porterà la tranquillità tanto attesa a questo settore ancora contorto che necessitava di un consolidamento istituzionale.

Qui di seguito riportiamo la recente sentenza della Corte di Cassazione sulla coltivazione e vendita della cannabis light.

Sentenza n. 4920 ud. 29/11/2018 – deposito del 31/01/2019

Materia

Stupefacenti

Presidente

G. Fidelbo

Relatore

A. Costanzo

Data udienza

29/11/2018

La Sesta sezione della Corte di cassazione ha affermato che dalla liceità della coltivazione della cannabis sativa L., alla stregua della legge 2 dicembre 2016, n. 242, discende, quale corollario logico-giuridico, la liceità della commercializzazione al dettaglio dei relativi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0.6 %, che pertanto non possono più essere considerati sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R. (Fattispecie in tema di sequestro preventivo, in cui la Corte ha ritenuto insussistente il requisito del “fumus” del reato di cui all’art. 73, comma 4, d.P.R. 309 del 1990, in relazione alla commercializzazione di infiorescenze di cannabis sativa contenenti THC con un valore medio inferiore allo 0,6%).

 

RITENUTO IN FATTO

Con ordinanza del 12/07/2018, il Tribunale di Macerata ha rigettato l’istanza di riesame proposta da L.C. contro il sequestro preventivo di infiorescenze di cannabis da lui messe in commercio.
Il Tribunale ha ritenuto sussistente il fumus in relazione al reato di cui all’art. 73, comma 4, d.P.R. 309/1990, escludendo che la legge 3 dicembre 2016, n. 242, intitolata “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, invocata dal ricorrente, deroghi alla disciplina penale in materia di stupefacenti. In particolare, i giudici del riesame hanno sostenuto che sebbene la legge citata si ponga in rapporto di specialità rispetto alla disciplina generale in tema dei detenzione e cessioni di sostanze stupefacenti contenuta nel d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309, non possa derogarvi in quanto non riguarda scopi ricreativi o voluttuari, regolamentando soltanto le coltivazioni di canapa delle varietà ammesse ex art. 17 direttiva 2005/53/CE del Consiglio del 13 giugno 2002, non rientranti nell’ambito di applicazione del d.P.R. n. 309/1990 e riferendosi esclusivamente alle condotte dell’agricoltore.
Nel ricorso presentato dal difensore di Castignani si chiede l’annullamento dell’ordinanza assumendo che sia lecita la commercializzazione di infiorescenze di piante sviluppatesi da semi rientranti nelle categorie previste dalla legge n. 242/2016, perché escluse dall’ambito di applicazione del d.P.R. n. 309/1990.
3.1. Con il primo motivo di ricorso si deducono violazione del d.P.R. n. 309/1990 e, correlativamente, erronea interpretazione della legge n. 242/2016. Si assume la contraddittorietà dell’ordinanza impugnata là dove afferma che tale legge costituirebbe normativa speciale ma non derogante rispetto alla disciplina penalistica in materia di stupefacenti e dove sostiene che la commercializzazione al dettaglio dei prodotti derivanti dalla coltivazione della canapa industriale non rientrerebbe fra le previsioni di tale legge. Inoltre, si osserva che il mancato inserimento del commercio di infiorescenze nell’elenco delle attività lecite, contenuto nell’art. 2 della legge, non esclude che esso sia lecito, se vengono rispettati i limiti alla percentuale di THC fissati dalla legge (non oltre lo 0,6%), perché sarebbe incongruo non estendere le guarentigie previste per la produzione delle infiorescenze alla fase della commercializzazione alla quale il frutto della coltivazione perviene senza alcuna modifica; trascurando, peraltro, che la circolare ministeriale n. 70 del 22/05/2018 tratta del commercio delle infiorescenze prodotte da piante sviluppatesi da semi esclusi dalla disciplina del d.P.R. n. 309/1990.
Quanto agli esiti della analisi dei campioni, che rivelano il superamento della
soglia dello 0,6%, si osserva che si tratta, comunque, di infiorescenze di piante prodotte con semi appartenenti alle categorie previste dalla direttiva UE, diverse da quelle considerate nel d.P.R. n. 309/1990, evidenziando che, in concreto, il principio attivo rinvenuto neí campioni esaminati non supera mg. 25 di THC e quindi il limite (0,5%) oltre il quale, secondo la giurisprudenza, il THC è ritenuto drogante.
3.2. Con il secondo motivo di ricorso si deduce vizio di motivazione nella apodittica affermazione della illiceità del commercio di inflorescenze di canapa legale a scopi voluttuari o ricreativi.
3.3. Con il terzo motivo si deducono erronea applicazione dell’art. 4, commi 5 e 7, legge n. 242/2016, anche in relazione all’art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309/1990 e vizio di motivazione: si sostiene che dall’art. 4, comma 7, legge n. 242/2016 si deve desumere che se la coltivazione si fonda su semi certificati non vi è mai responsabilità penale anche se si supera la soglia di massima tolleranza (0,6%); inoltre, si evidenzia che non è stato effettuato l’accertamento genetico sui semi usati per la coltivazione.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

L’esame del ricorso richiede una preliminare analisi dei rapporti logico- giuridici fra i dati normativi costituiti dalle disposizioni contenute nel d.P.R. n. 309 del 1990, con le sue successive modifiche, e dalla legge n. 242 del 2016, con riferimento ai profili relativi alla commercializzazione delle infiorescenze della cannabis sativa.
1.1. Il d.P.R. n. 309 del 1990, intitolato “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”, rappresenta un micro- ordinamento complesso, al cui interno soltanto una porzione è dedicata alla “Repressione delle attività illecite” (Titolo VIII, artt. 72-86).
La legge n. 242 del 2016 contiene le “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, pianta la cui coltivazione è consentita già dall’art. 26 d.P.R. n. 309/1990 – seppure esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali, diversi da quelli di cui all’art. 27, consentiti dalla normativa dell’Unione europea – che pone il divieto per le coltivazioni indicate nell’art. 14 d.P.R. n. 309/1990.
Dai contenuti dei lavori preparatori si evince che la legge n. 242 del 2016 è mossa dalla ratio di promuovere e diffondere, nel sistema produttivo italiano, l’uso della canapa (in particolare, della canapa sativa L.), delineando molteplici settori in cui la stessa può essere impiegata: il legislatore del 2016 ha voluto ricreare le condizioni per far ripartire la filiera nazionale della canapa, la cui coltivazione è considerata necessaria per un ulteriore incremento del settore primario. Nella relazione alla proposta di legge si precisa che si è voluto anche evitare che i coltivatori rischino gli effetti (procedimenti penali con onerose spese legali, sequestri o distruzioni o, comunque, perdite dei raccolti) di accertamenti eseguiti con procedure di prelievo e di esame contrastanti con le norme europee sulla determinazione della percentuale di THC nelle coltivazioni. In effetti, il legislatore non ha promosso solo la coltivazione, ma espressamente l’intera filiera agroindustriale della canapa.
1.2. Deve rilevarsi che l’art. 1, comma 2, della legge n. 242/2016 – legge che è posteriore al d.P.R. 309/1990 – precisa che essa «si applica alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309».
Tale disciplina non si limita a dettare norme afferenti al titolo III del d.P.R. del 1990 che già nel capo I, all’art. 26 prevedeva una esenzione della coltivazione della canapa “per la produzione di fibre o altri usi industriali” dalle coltivazioni e produzioni vietate, ma espressamente colloca la coltivazione della varietà di canapa di cui tratta al di fuori dell’ambito di applicazione dell’intero d.P.R..
La cannabis è una pianta, non è un’unica sostanza chimica. Ogni pianta di cannabis contiene sia il chemiotipo CBD (cannabidiolo), che viene utilizzato per usi agroindustriali e terapeutici sia il chemiotipo THC (delta-9-tetraidrocannabinolo), che caratterizza le varietà destinate a produrre inflorescenze con effetto stupefacente o medicamenti. La marijuana è costituita dalle infiorescenze delle piante femminili della cannabis contenenti il principio attivo THC, essiccate per il fumo, dalle quali si può ricavare anche una resina denominata hashish.
2.1. Il legislatore italiano si è interessato tardivamente della coltivazione della canapa come fonte di sostanze stupefacenti perché le un tempo estese colture della pianta erano destinate alla produzione industriale mentre i prodotti contenenti THC provenivano dall’estero già pronti per essere usati a fini stupefacenti.
La prima disciplina italiana degli stupefacenti (legge n. 18 febbraio 1923, n. 396) indicò tra le droghe vietate solo gli oppiacei e la cocaina punendone il commercio, non anche la coltivazione; il codice penale del 1930 trattò i reati In materia di stupefacenti ma non fornì criteri per individuare le sostanze vietate e non si interessò alla coltivazione. La legge 22 ottobre 1954 n. 1041 pur vietando «la coltivazione del papaver somniferum e di altre piante dalle quali si possono ricavare sostanze comprese nell’elenco degli stupefacenti» non menzionò espressamente la canapa. Dopo che la produzione della canapa a fini industriali fu quasi scomparsa (mentre la marijuana era divenuta oggetto di un consumo di massa) l’art. 26 legge 22 dicembre 1975, n. 685 vietò la coltivazione anche della canapa indiana se non, previa autorizzazione, «per scopi scientifici, sperimentali o didattici» ma, come suindicato, successivamente già nell’art. 26 il d.P.R. n. 309/1990 ha escluso la coltivazione della canapa «per la produzione di fibre o altri usi industriali» dalle coltivazioni e produzioni vietate.
2.2. La legge n. 242 del 2016 mira a promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa e indica due diversi limiti di THC.
Quello dello 0,2% – posto nella disposizione su “controlli e sanzioni” (art. 4) e in nessuna altra parte della legge – ha la sua chiara ragione nella normativa sovranazionale costituita dal Regolamento (CE) n. 73/2009 del Consiglio del 19 gennaio 2009, che «stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori ,,.» e prevede il «pagamento corrisposto direttamente agli agricoltori nell’ambito di uno dei regimi di sostegno».
Nel titolo III (“regime di pagamento unico”) di questo provvedimento, si disciplina dell’aiuto economico corrisposto agli agricoltori in proporzione agli ettari utilizzati per l’attività agricola (definiti “ettari ammissibili”, all’art. 39 (“uso dei terreni per la produzione di canapa”) prevedendo che «le superfici utilizzate per la produzione di canapa sono ammissibili (nel senso di ammesse al regime di sostegno economico diretto) solo se le varietà coltivate hanno un tenore di tetraidrocannabinolo non superiore allo 0,2%». Ai comma 2 si prevede che «… la concessione di pagamenti è subordinata all’uso di semente certificate di determinate varietà». Nel titolo IV (“altri regimi di aiuto”), capitolo I (“regimi di aiuto comunitari”) Sezione 5 (“aiuto alle sementi”) art. 87, comma 4, si prevede che «le varietà di canapa (cannabis sativa L.) per le quali deve essere versato l’aiuto alle sementi di cui al presente articolo sono determinate secondo la procedura di cui all’art. 141, par. 2».
La ragione della presenza di queste disposizioni particolari per la canapa
(come, del resto, ve ne sono per altri prodotti agricoli e allevamenti secondo le rispettive specificità) è dichiarata nel preambolo: «È inoltre opportuno adottare misure specifiche per la canapa, per evitare che siano erogati aiuti a favore di colture illecite». A questo scopo è stato previsto il doppio limite (0,2% e 0,6%) contenuto nell’articolo 4 della legge n. 242 del 2016, che fa riferimento a controlli e sanzioni (senza, però, definire queste ultime.)
La normativa europea, che ovviamente non potrebbe incidere in alcun modo sulla normativa penale interna, ha risolto il problema della possibile commistione tra canapa proveniente da colture lecite e canapa con possibili effetti stupefacenti fissando un tenore massimo di THC quale limite per gli aiuti economici a favore degli agricoltori.
La legge 242 prevede i controlli, prendendo atto che dal superamento della percentuale del limite di THC dello 0,2% – determinato, fra l’altro, proprio secondo le modalità di cui al predetto regolamento comunitario (oltre che del d.l. 24 giugno 21014 n. 91/2014, relativo a controlli ispettivi di tipo amministrativo sulle imprese agricole) consegue la perdita dei benefici economici. Ma prevede espressamente, con l’ultimo comma dell’articolo 4, che sino alla diversa misura dello 0,6% di THC, la coltivazione di canapa da semente autorizzata è conforme a legge.
In altri termini, non lo 0,2%, ma lo 0,6% è la percentuale di THC al di sotto del quale la sostanza non è considerata dalla legge come produttiva di effetti stupefacenti giuridicamente rilevanti.
La legge n. 242/2016 attesta che la coltivazione delle varietà di canapa, nella stessa considerate, non è reato ex art 73 d.P.R. n. 309/1990 e viene consentita senza necessità di autorizzazione: il coltivatore non ha l’obbligo di comunicarne l’inizio alla Polizia giudiziaria, ma solo di conservare i cartellini della semente e le fatture dí acquisto, e se all’esito dei controlli – che vanno effettuati secondo il metodo prescritto dalla vigente normativa dell’Unione europea e nazionale di recepimento (art. 4, comma 6, legge n. 242/2016) – il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 % e entro il limite dello 0,6 % nessuna responsabilità è prevista per l’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni (art. 4, comma 5, legge n. 242/2016). Il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa impiantate nel rispetto delle disposizioni stabilite dalla legge possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo se, da un accertamento effettuato secondo il metodo di cui al comma 3 – risulti che il contenuto di THC nella coltivazione è superiore allo 0,6 per cento e anche in questo caso è esclusa la responsabilità dell’agricoltore (art. 4, comma 7, legge n. 242/2016).
La legge n. 242 del 2016 indica le finalità per le quali la coltivazione della canapa è consentita o, meglio, per le quali è promossa, ma non tratta della commercializzazione della canapa oggetto della coltivazione.
Tuttavia, risulta del tutto ovvio che la commercializzazione sia consentita per i prodotti della canapa oggetto del “sostegno e della promozione”, espressamente contemplati negli art. 2 e 3 della legge e, in particolare, fra gli altri: i «semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali», «alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori», «semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico», destinazioni al “florovivaismo”.
Deve sottolinearsi come si faccia riferimento alla produzione dei beni e non alla foro commercializzazione, questo mostra che la legge è diretta ai produttori e alle aziende di trasformazione e non cita i passaggi successivi semplicemente perché non li deve disciplinare.
Si tratta di una legge di “sostegno e … promozione” della produzione, nella quale – quindi – il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano di per sé vietati altri usi non menzionati.
Peraltro, deve registrarsi che la Circolare del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo del 22 maggio 2018 n. 70, ha ricondotto le infiorescenze (lett. g), alla categoria del florovivaismo così considerando lecito il loro commercio.
Con riferimento al sequestro in esame, la questione che sorge è se la commercializzazione possa riguardare anche la vendita al dettaglio delle infiorescenze (già materialmente oggetto della vendita all’ingrosso concernente i prodotti sopra considerati), contenenti il THC (nei limiti, fissati dalla legge n. 242/2016) e il CBD (che non ha effetti stupefacenti e mitiga quelli dell’altro principio chimico) per fini connessi all’uso che l’acquirente riterrà di farne e che potrebbero riguardare l’alimentazione (infusi, the, birre), la realizzazione di prodotti cosmetici – entrambi usi espressamente considerati dalla legge n. 242/2016 – e anche il fumo.
4.1. Si è sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alla sua coltivazione e alla destinazione dei prodotti coltivati entro l’alveo delle previsioni esplicite contenute nella legge n. 242 del 2016. Le disposizioni di questa legge che consentono, a certe condizioni, la coltivazione di cannabis, sono ritenute norma eccezionale e sicuramente non estensibili analogicamente alle altre condotte disciplinate dal d.P.R. 309/90 tra le quali la vendita e la detenzione per il commercio. Da questo assunto, si conclude che la presenza di un principio attivo sino allo 0.6% è consentita solo per i coltivatori non anche per chi commerci I prodotti derivati dalla cannabis (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci; Sez. 6, n. 52003 del 10/10/2018, Moramarco; Sez. 4, n. 34332 del 13/06/2018, Durante). Tuttavia, la configurazione della intera legge n. 242/2016 come norma eccezionale rispetto al d.P.R. n. 309/1990, non estensibile analogicamente, non appare appropriata perché non vengono in rilievo rapporti normativi in termini di regola-eccezione, ma emerge il configurarsi di un microsettore normativo in radice autonomo per la cannabis proveniente dalle coltivazioni consentite.
In ogni caso, questa interpretazione non è nutrita da una precisazione delle composite rationes che reggono il d.P.R. n. 309/1990 e da una valutazione del loro rapporto con la ratio della legge n. 242/2016, né si si confronta con le potenziali implicazioni sistematiche della portata normativa dell’art. 1, comma 2, legge n. 242 del 2016, che esclude le coltivazioni di canapa delle varietà ammesse dall’ambito di applicazione dell’intero d.P.R. n. 309 del 1990.
Cosi come assertivamente espressa, la tesi appare una petizione di principio che trascura che è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” (che la legge espressamente mira a promuovere) siano commercializzati e che, in assenza di specifici dati normativi non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso.
4.2. Questo Collegio ritiene che sia possibile una diversa interpretazione – peraltro presente nella giurisprudenza di merito (cfr., Tribunale di Ancona, 27/07/2018; Tribunale di Rieti 26/07/2018; Tribunale di Macerata 11/07/2018; Tribunale di Asti, 4/07/2018) e in dottrina – secondo cui la liceità della commercializzazione dei prodotti della predetta coltivazione (e, in particolare, delle infiorescenze) costituirebbe un corollario logico-giuridico dei contenuti della legge n. 242 del 2016: in altri termini, dalla liceità della coltivazione della cannabis alla stregua della legge n. 242/2016, deriverebbe la liceità dei suoi prodotti contenenti un principio attivo THD inferiore allo 0.6 °A), nel senso che non potrebbero più considerarsi (ai fini giuridici), sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 309 del 1990, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R..
La questione va inquadrata nel corretto rapporto fra i principi fondamentali dell’ordinamento che considera le norme incriminatrici come (tassative) eccezioni rispetto alla generale libertà di azione delle persone per cui eventuali ridimensionamenti delle loro portate normative non costituiscono eccezioni (norme eccezionali non estensibili analogicamente per il divieto posto dall’art. 14 preleggi) ma fisiologiche riespansioni (ben estensibili analogicamente) delle libertà individuali, che nel nostro sistema normativo non sono funzionalizzate (a differenza di quel che vale per altre concezioni del rapporto Stato-individuo) a scopi pubblici e restano espressioni individuali della persona, salvi i limiti previsti dall’art. 42 Cast. per l’iniziativa economica privata.
Riconosciuto questo, la questione da porsi non è se il commercio della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite (senza necessità di autorizzazione) esuli dalla disciplina delle norme incriminatrici dettata nel d.P.R. n. 309/1990, ma se questa disciplina possa riguardare la commercializzazione di prodotti dei quali è riconosciuta la liceità (se la loro natura non deborda dai limiti fissati dalla legge n. 242 del 2016).
Né il d.P.R. n. 309/1990 né (inesistenti) fonti normative primarie successive alla legge n. 242/2016 presentano contenuti che consentano di affermare questa conclusione.
Ne deriva che, per la questione in esame, vale il principio generale secondo il quale la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illeceità deve, in assenza di specifici divieti o controlli preventivi previsti dalla legge, ritenersi consentita nell’ambito del generale potere (agere licere) delle persone di agire per il soddisfacimento dei loro interessi (facultas agendo).
La fissazione del limite dello 0,6% di THC entro il quale l’uso delle infiorescenze della cannabis proveniente dalle coltivazioni contemplate dalla legge n. 242/2016 è lecito, rappresenta l’esito di quello che il legislatore ha considerato un ragionevole equilibrio fra le esigenze precauzionali relative alla tutela della salute e dell’ordine pubblico e le (in pratica inevitabili) conseguenze della commercializzazione dei prodotti delle coltivazioni.
Su queste basi, se il rivenditore di infiorescenze di cannabis provenienti dalle coltivazioni considerate dalla legge n. 242 del 2016 è in grado di documentare ia provenienza (lecita) della sostanza, il sequestro probatorio delle infiorescenze, al fine di effettuare successive analisi, può giustificarsi solo se emergono specifici elementi di valutazione che rendano ragionevole dubitare della veridicità dei dati offerti e lascino ipotizzare la sussistenza di un reato ex art. 73, comma 4, d.P.R. 309 del 1990.
Invece, è sempre possibile, sul piano del diritto amministrativo, che gli organi di polizia prelevino soltanto campioni (per non compromettere le esigenze economiche del venditore) delle infiorescenze per verificare, con forme analoghe a quelle stabilite dall’art. 4 della legge n. 242 del 2016, il superamento del tasso soglia di 0.6% di THC, dal quale possono derivare sia la non ammissibilità della coltivazione sia il sequestro preventivo ex art. 321 cod. proc. dell’intera sostanza detenuta dal commerciante.
La posizione di chi sía trovato dagli organi di polizia in possesso di sostanza che risulti provenire dalla commercializzazione di prodotti delle coltivazioni previste dalla legge n. 242 del 2016 è quella di un soggetto che fruisce liberamente di un bene lecito.
Questo comporta che la percentuale dello 0,6% di THC costituisce il limite minimo al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non devono considerarsi psicotropi o stupefacenti secondo un significato che sia giuridicamente rilevante per il d.P.R. n. 309/1990.
Dalla piena legittimità dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite deriva che il suo consumo non costituisce illecito amministrativo ex art. 75
d.P.R. n. 309/1990, a meno che non emerga che il prodotto sia stato in qualche modo alterato e che di questa condizione chi lo detenga per cederlo sia consapevole.
Questa conclusione non conduce, per altro verso, a un automatismo per il quale dal superamento dello 0,6 % di THC nella sostanza detenuta derivi immediatamente una rilevanza penale della condotta, che, invece, andrà – comunque – ricostruita e valutata secondo i vigenti parametri di applicazione del d.P.R. n. 309/1990.
Vale al riguardo evidenziare che l’art. 14 del d.P.R. n. 309/1990, al quale rimanda l’art. 73 d.P.R. n. 309/1990, non prevede (lett. a) che nella tabella I siano indicati la cannabis e il suo principio attivo (tetraidrocannabinolo), ma soltanto, in termini generali (nn.4 e 7), che vi sia indicata ogni «sostanza che produca effetti sul sistema nervoso centrale ed abbia capacità di determinare dipendenza fisica o psichica dello stesso ordine o di ordine superiore a quelle precedentemente indicate» (oppio, coca, anfetamine) e ogni «pianta sostanza naturale o sintetica che possa provocare allucinazioni o gravi distorsioni sensoriali e tutte le sostanze ottenute per estrazione o per sintesi chimica che provocano la stessa tipologia di effetti a carico del sistema nervoso centrale».
Dovranno, pertanto, ordinariamente provarsi le condizioni e i presupposti per la sussistenza del reato, compreso il superamento della soglia drogante e, ovviamente, la consapevolezza dei consumatore: un reato ex art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 può configurarsi solo se si dimostra con certezza, che il principio attivo contenuto nella dose destinata allo spaccio, comunque oggetto di cessione, è di entità tale da potere concretamente produrre un effetto drogante (Sez. 6, n. 8393 del 22/01/2013, Ceccon i, Rv. 254857; Sez. 6, n. 6928 del 13/12/2011, dep. 2012, Choukrallah, Rv. 252036; Sez. 4, n. 6207 del
19/11/2008, dep. 2009, Stefanelli, Rv. 242860).
Invece, è nel trattare della tabella II che l’art. 14, comma 1, lett b) del d.P.R. n. 309/1990 si occupa della cannabis e dei prodotti da essi ottenuti; i quali dall’art. 1, comma 30, d.l. 20 marzo 2014 n. 36, convertito con mod. nella legge 16 maggio 2014 n. 79, sono indicati come “foglie e infiorescenze”, “olio”, “resina”.
Nel caso in esame, l’ordinanza impugnata riguarda un sequestro preventivo ex art. 321 cod. proc. pen. relativo, appunto, a infiorescenze di cannabis che sono risultate contenere THC compreso (secondo quanto indicato nella richiesta di sequestro preventivo) fra lo 0,52% e lo 0,65%, pertanto con un valore medio inferiore allo 0,6%.
Deve osservarsi che, se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex lege n. 242/2016, l’autorità procedente deve dare conto delle ragioni per le quali eventualmente le modalità di prelevamento, conservazione e analisi dei campioni, ai fini della determinazione quantitativa del contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) si discostano da quelle previste dall’art. 4, comma 3, legge n. 242/2016 «stabilite ai sensi della vigente normativa dell’Unione europea e nazionale».
Comunque, anche in questo caso – cioè se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ex lege n. 242/2016 – per le ragioni suesposte, come per l’agricoltore, così anche per il commerciante nel caso di sequestri (e distruzioni) dei prodotti a causa del superamento del limite dello 0,6% è esclusa la responsabilità penale e, quindi, è ammissibile soltanto il sequestro in via amministrativa (art. 4, comma 7, legge n. 242/2016). A una diversa conclusione potrà giungersi soltanto se risulti che il commerciante sia stato consapevole (a fortiori, se artefice) di trattamenti del prodotto successivi all’acquisto dal coltivatore e volti a incrementarne il contenuto di THC.
Per queste ragioni, venuto meno il fumus delicti e, quindi, esclusa la sussistenza dei presupposti in ordine al sequestro preventivo disposto, l’ordinanza impugnata deve essere annullata, come pure il provvedimento genetico, con conseguente restituzione all’avente diritto di quanto sequestrato.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata nonché il provvedimento in data 15/06/2018 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Macerata, disponendo la restituzione del materiale sequestrato &l’avente diritto.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 626 cod. proc. pen..

Così deciso il 29/11/2018

 

Il consigliere estensore

Angelo Costanzo

 

Il Presidente

Giorgio Fidelbo